Scheda Carnevale iscritto

Nome: Associazione Pro Loco Tricarico
Link: http://www.proloco-tricarico.org
Comune: Tricarico · Provincia: Matera · Regione: Basilicata

Le Maschere e le tradizioni popolari

A Tricarico il Carnevale inizia il 17 gennaio, giorno in cui si onora il Santo tradizionale protettore degli animali, come Carlo Levi ricorda nella descrizione che è il frutto di una ricostruzione mnemonica di un probabile viaggio compiuto a Tricarico con Rocco Scotellaro nel gennaio del 1953.

Le maschere tricaricesi sono uomini raffiguranti una mandria guidata dal capo massaro, un sottomassaro e tre vaccari che si dirigono fuori dal paese, sulla Via Appia che conduce a Potenza, verso l'antico Santuario di Santa Maria delle Olive, oggi detto di Sant'Antonio Abate.

Esse compiono i tre giri rituali intorno alla chiesa; ascoltano la messa e, al momento dell'elevazione, percuotono le campane per chiedere al Santo protezione e prosperità per il ciclo riproduttivo che va iniziando.
Si rientra quindi al paese, disponendosi secondo uno schema ed un rituale che si perde nel tempo.

"I ragazzi - mascherati da vacca indossano maglie e mutandoni bianchi di lana, in vita tutti hanno annodato un grande sgargiante scialle di raso, piegato a triangolo e portato come una specie di grembiale; al collo, alle braccia, sopra il gomito ed alle gambe, all'altezza del ginocchio coloratissimi fazzoletti o nastri multicolori.

Tutti calzano stivali ed hanno in mano un grosso campanaccio "femmina" adorno di nastri colorati."

Questo campanaccio si differenzia da quello "maschio" perchè ha una forma più tondeggiante ed un'apertura circolare, da cui sporge poco un batacchio arrotondato alla punta.

Il campanaccio "maschio" che viene portato dai tori, ha invece una forma più allungata e schiacciata ed il suo batacchio, lungo anche dieci - quindici centimetri, è stretto e schiacciato come una lingua.

Essi producono differenti suoni, per cui anche di lontano i vaccari sono in grado di riconoscere la presenza di una mucca o di un toro.

"Un particolare interessante in questo tipo di maschera è il copricapo che ogni ragazzo deve necessariamente avere: è, per lo più, un cappello di paglia a falde larghe, rigido, ricoperto di un velo bianco che pende abbondantemente tutto intorno alle falde, fino all'altezza del petto per ricoprire il viso di chi lo porta; moltissimi nastri di vivacissimi colori scendono gonfi e voluminosi dai cappelli alle spalle, a mantella fino all'altezza del ginocchio.

Indentica è la maschera del toro, solo che l'abbigliamento è del tutto nero; tra i nastri neri ve n'è solo uno rosso vivo che scende dai due lati del volto del ragazzo mascherato."

I tori sono gli elementi più attivi ed aggressivi del gruppo, compiono improvvise incursioni in avanti e all'interno delle file di mucche, brevi corse e repentini gesti di monta, accentuati dalla frenesia violenta del suono del campanaccio.

Il vaccaro di coda e il sottomassaro, muniti di bastone, tentano di ostacolare le sortite dei tori, fingono di inseguirli, sbattono il bastone per terra, emettono gridi gutturali.

Il toro, per risposta finge di caricarli a testa bassa e li provoca con gesti osceni rivolti al vaccaro, ma soprattutto alle vacche, che di tanto in tanto si voltano per non essere colte di sorpresa.

"Quella del toro è la maschera più importante del gruppo, l'unica in grado di contrastare la volontà del capomassaro.

Spesso è il toro che decide il percorso da seguire, sceglie i locali e le case in cui entrare.

A questa maschera è affidato un ruolo scenico e rituale, di tipo mimico, e chiaramente allusivo, più dignitoso per un giovane; un ruolo pieno di possibilità di azioni aggressive e di rivolta, di "licenze" sempre tollerate, di allusioni; azioni e gesta che nel paese sono apertamente rivolte alle ragazze ed alle donne incontrate per strada o ferme sulla porta o affacciate alle finestre per assistere al rumoroso passaggio del gruppo, mascherato, spettatrici, quasi sempre ben disposte a ricevere i ragazzi in casa per offrire vino, taralli, salami o pochi spiccioli."

La mandria percorre tutte le vie del paese, accentuando il battito dei campanacci nei pressi dei negozi, delle case, attenuandolo per poco, solo quando si è ricevuta l'offerta, la più gradita delle quali resta il salame.

In questo contesto culturale l'uccisione del maiale, che avviene proprio in questo periodo dell'anno, acquista un significato simbolico: il maiale, base proteica della alimentazione dei centri montani della Basilicata, è la materializzazione del male, delle influenze negative e contrarie, che nell'iconografia popolare legata a Sant'Antonio Abate, raffigura le tentazioni della carne.

E' necessario, dunque, che il paese si protegga da possibili reazioni negative sempre pronte ad abbattersi sull'uomo nella religione magico - naturalistica popolare.

Una chiave di comprensione del Carnevale di Tricarico, si ricollega appunto ad essa, per cui il continuo fragore prodotto dai campanacci potrebbe essere letto come il mezzo attraverso di cui la comunità, il paese, percorso in tutte le sue direzioni, si segna magicamente come fasciandosi di una guaina di gesti e di suoni, che lo purifica.

In questo contesto, le maschere avrebbero una origine arcaica e secondo l'interpretazione più diffusa presso il popolo, ricorderebbero una lontana pestilenza che causò la morte di molte bestie con grave danno per la popolazione che, travestendosi proprio da animali e suonando con violenza, pensarono di scongiurare ogni futura simile disgrazia.

La seconda parte del Carnevale, con la rappresentazione scenica scomparsa da anni, in cui, con toni di satira contro il potere, avveniva un dialogo tra il massaro e il signore feudale, nella piazza grande, durante il quale l'amministratore della masseria offriva il ricavato dell'attività condotta durante l'anno e ne rendeva conto.

Si tratta, con molta probabilità di una giunta postuma, che troverebbe riscontro nella struttura feudale della società dove i subalterni, proprio nell'unica occasione del Carnevale, potevano esprimersi con gesti e termini licenziosi.

Le poche ed uniche fonti scritte ci forniscono un'immagine ampia, ma piuttosto indeterminata di quando avveniva a Tricarico, in occasione del 17 gennaio, non oltre i primi anni del secolo scorso.

Si tratta di descrizioni realizzate sulla base della memoria di osservazioni piuttosto lontane, che ci rendono solo un quadro parziale e approssimativo.

Enzo Contillo ne tenta un'interpretazione: "I vecchi tricaricesi ricollegano la cerimonia ai tempi delle congiure politiche fomentate dai Borboni contro Gioacchino Murat, allorquando gli affiliati, per mascherare le "chiamate" e gli appuntamenti ricorrevano alla mascherata delle campane per sfuggire alla vigilanza della polizia."

Per Carlo Levi la rappresentazione del dialogo tra il bracciante ed il signore sarebbe una "rivendicazione di liberazione contadina."

A cura di Carmela Biscaglia - tratto da "Il Carnavale di Tricarico", quaderno del Centro Servizi Culturali, anno 1986.


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