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La Storia del Carnevale di Tufara
Il “DIAVOLO” di Tufara
Le abitudini, le tradizioni e la cultura degli abitanti del piccolo borgo si tramandano di generazione in generazione come la rappresentazione carnevalesca del “Diavolo” che, puntualmente, ogni anno si ripete nell’ultimo giorno di carnevale come evento coinvolgente per tutta la cittadinanza.
Questo giorno è speciale per la piccola comunità di Tufara: il paese, infatti, si popola all’inverosimile, è invaso da turisti, curiosi, che giungono dai paesi limitrofi;
decine di emigranti ritornano, vengono richiamati da un qualcosa di inspiegabile, un vero e proprio ritorno alle origini, allo scopo di visitare la famiglia, ma anche di rendere omaggio alla tradizione dove il sacro e il profano si fondono in una suggestiva rappresentazione con l’antichissimo rito della mascherata de “IL DIAVOLO”.
Già molto è stato detto e scritto sul Carnevale di Tufara e sulla sua maschera tradizionale, la quale, è tra quelle che conservano le antiche caratteristiche, da cui traggono origine.
Anche se il suo significato primitivo si è in parte perduto, essa rappresentava, un tempo la passione e la morte di Dioniso, Dio della vegetazione, le cui feste si celebravano in quasi tutte le società agrarie.
Dioniso, il Dio che ogni anno moriva e rinasceva, come la vegetazione, è rappresentato dalla maschera zoomorfa, il Diavolo, che indossa sette pelli di capra cucite addosso, quasi a voler rievocare un lontano rito di smembramento di cui non si ha più coscienza.
Il capro, infatti, era la forma più frequente nella quale il Dio si manifestava.
La rappresentazione della sua passione, che in tempi lontani era una cerimonia sacra, in periodo cristiano venne banalizzata e declassata a semplice maschera carnevalesca, aggiungendovi una serie di figure stratificatosi nel tempo; in questa forma è giunta fino ai nostri giorni.
La pantomima
La maschera si compone di un gruppo di sei personaggi, fra cui spicca “IL DIAVOLO” incatenato da tre neri FOLLETTI o MONACI, indossa sette pelli di capra, ha il volto coperto da una antica maschera di cuoio lucido, nero e rosso, con la lingua lunghissima che penzola dal mento.
In mano ha una forca tridente, le corna sono orecchie dure di capra legate da strisce rosse.
Gli apre la strada, una doppia MORTE bianca nel costume che rotea sinistra una falce ed incita con voce lugubre e profonda.
La scorribanda del gruppo per le vie del paese è finalizzata alla ricerca di proseliti, che il “Diavolo” con salti e mosse, la “Morte” con incitamenti, cercano di sedurre. I “Monaci” o “Folletti”, che hanno la funzione di sorveglianza strattonano le catene per trattenere il “Diavolo” dalle sue intenzioni.
Dopo il suono dell’Ave Maria, la rappresentazione si sposta ai piedi dell’antico Castello Longobardo.
Nel luogo dell’antico carcere è pronto il fantoccio di Carnevale caricato di colpe.
“IL DIAVOLO” giunge e ne chiede l’anima.
Carnevale è giudicato da una GIURIA, composta da un Presidente e da due Giudici, che vanno arrigando la folla.
Intanto due personaggi si disperano, girano tra la gente, invocando clemenza, tra lazzi e risa: sono LA MAMMA e IL PADRE di Carnevale, e portano una culla ed un fuso, la continuità della vita e speranza di una assoluzione.
Alla GIURIA arriva un piatto di spaghetti, l’ultima cena del condannato Carnevale, che questa consuma come gesto di irrisione.
Poi due colpi rimbombano nel buio, Carnevale è giustiziato, gettato tra le braccia de “IL DIAVOLO” che scompare col suo seguito veloce nei vicoli bui. Il fantoccio è gettato da una rupe, con lui rotola un sospiro, poiché “il peccato seduce”.